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Tradizioni: Tradizioni nelle feste
Introduzione Tradizioni nelle feste Culto dei Santi

"TRADIZIONI NELLE FESTE

Le feste patronali

La Massa

Le tavole

La danza delle spade

Il carnevale


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LE FESTE PATRONALI
Sono tantissime le feste patronali nel Salento, specie d'estate. Tutte hanno in comune alcuni elementi caratteristici, che si sono strutturati nei secoli.
La processione della statua del Santo Patrono per le vie del paese è considerata fondamentale. È per lui che si fa la festa. Altro momento suggestivo durante lo snodarsi delle processioni è lo sparo di "carcasse" (grossi botti fragorosi) ed il lancio di palloni aerostatici.
Vi è poi la banda che porta al popolo - come abbiamo detto - il dono della musica classica e operistica. Non mancano vere forme di fanatismo per l'una o per l'altra banda.
Durante l'estate non v'è piazza del Salento che non abbia per la "festa" la sua sfarzosa paratura (addobbo) con la cassarmonica - centro nodale - palco tondo, alto, tutto luci su cui suona la banda e la galleria di luminarie, favolosi ghirigori, fiori, archi, arabeschi di lampadine multicolori; punti terminali: i frontoni alti e maestosi. La gente sta in piedi fino a mezzanotte ed oltre per attendere il potente richiamo della carcassa, la bomba che con la sua esplosione annuncia l'inizio dei fuochi d'artificio. Affluisce numerosa nella zona dove sarà sparato il fuoco, oppure si assiepa sulle terrazze.
E così ad ogni luce colorata che sale in cielo, ad ogni scoppio di petardo è un coro di commenti per giudicare la gara che spesso si fa, con premi per i diversi fochisti.
Dopo l'ultimo scoppio ecco un applauso scrosciante ai pirotecnici e alla commissione della festa.
Intanto si spegne l'ultimo coro dei giovani, che per tutta la durata dei fuochi avevano cantato.
Col pianto in cuore si fa ritorno a casa e si formula l'augurio per il nuovo anno, per la prossima festa: a ll 'annu, meju se Diu vole (fra un anno, meglio se Dio vorrà).
 
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LA MASSA
In onore di San Giuseppe si preparava una sfoglia di farina impastata con acqua. La si tagliava in strisce lunghe e strette che, cosparse di farina, asciugavano al sole, distribuite su appositi cannizzi (cannicci). Si cucinava con cavoli, ceci, pepe e cannella in abbondanza.
La massa veniva preparata in grande quantità, e poichè il comune pentolame risultava insufficiente, si ricorreva a recipienti di terra cotta: i cosiddetti limmi (grandi bacinelle) che si usavano di solito per lavare i panni. Dopo essere stati accuratamente puliti, venivano usati per mescolare i vari ingredienti già cotti, amalgamandoli tra loro per ottenere la massa.
Per la distribuzione, presso le famiglie di parenti e vicini di casa, di piatti colmi di massa si interessavano, nella maggior parte dei casi, fanciulli che si incontravano per le strade del paese con piatti fumanti in mano e le guance arrossate per il continuo stare vicino al fuoco.
Come nella distribuzione delle pucce si accettava con devozione la massa per non recare offesa alla persona che l'aveva preparata ed al Santo, in devozione del quale era stata offerta.
I piatti, una volta svuotati, non venivano lavati perché non andassero buttati di volta in volta gli eventuali resti; la pulizia dei recipienti usati veniva effettuata solo al termine della distribuzione.


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LA DANZA DELLE SPADE
Nella notte del 15 Agosto, a Torre Paduli di Ruffano, si celebrano il rito cattolico di San Rocco, Santo spadaccino e la liturgia profana della danza delle spade.
Furono i Rom, quando gestivano il mercato del bestiame a innestare la danza-scherma sul preesistente ritmo della pizzica.
Danza probabilmente combattuta con armi vere poi sostituita da gestualità meno cruente.
La notte dei tamburi esercita ancora un fascino dionisiaco tra i seguaci del "Sibilo Lungo, grosso respiro che si sente al mattino presto, a stretto contatto con la terra".
"E quando Tamburo cominciò a battersi fu proprio come se lo battessero 50 uomini; quando Canto cominciò a cantare fu come se 100 uomini cantassero insieme; e quando Ballo cominciò a ballare, tutti ballavano"

 

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LE TAVOLE
Costituivano il pranzo offerto in onore di S. Giuseppe.
Venivano imbandite nella stanza più spaziosa della casa, spesso la camera da letto. Il visitatore, entrando, trovava diverse tavole, tutte coperte da candide tovaglie e imbandite con le pietanze di rito. Sulla tavola più grande, al centro, veniva sistemata la statua o l'immagine del Santo circondata da fiori e candele accese come su un piccolo altare.
Le tavole si distinguevano tra cotte e crude. Le prime venivano preparate diversi giorni prima della festa ed i cibi cotti durante la notte. Le pietanze erano numerose: grossi pani a forma di tarallo da 5 Kg. circa con in mezzo un'arancia, teste di finocchio, pasta condita con ricotta fresca e miele, rape, ceci, pesci (per ricordare il miracolo della loro moltiplicazione), cavoli fritti, stoccafisso, cipollacci col ciuffo, vino. Pasti umili in memoria della povertà del Santo.
Le tavole crude presentavano oltre alle pietanze succitate, naturalmente crude, anche olio, miele e in più una busta chiusa contenente soldi per ripagare il lavoro di chi le aveva preparate.
Le varie pietanze erano disposte in bell'ordine su vari tavoli e, ove questi mancassero, sui letti.
Alle tavole venivano invitati parenti ed amici secondo il detto: San Giuseppe invita i soi, i soi (San Giuseppe invita i suoi, suoi) e rappresentavano i Santi: il più anziano San Giuseppe, il più piccino Gesù ed una donna giovinetta la Madonna.
I santi erano in numero di tre e sempre dispari richiamandosi al numero dispari della Sacra Famiglia ed al numero degli apostoli partecipanti all'ultima cena.
Alla vigilia della festa il parroco visitava la casa dove erano state imbandite le tavole per benedirle: da quel momento la casa rimaneva aperta ai visitatori che vi si recavano per ammirare, pregare ed assaggiare.
Anche durante la notte la casa rimaneva aperta, mentre i padroni vegliavano pregando.
A mezzogiorno, dopo che gli invitati rappresentanti i santi avevano ascoltato la messa e fatto la comunione, cominciava il pranzo.
Il posto di San Giuseppe era contrassegnato da un bastone foderato di carta e ornato di un mazzetto di fiori in cima, simbolo del miracolo per mezzo del quale il Santo fu scelto quale sposo di Maria.
San Giuseppe siedeva a capotavola, e battendo il bastone per terra, dava inizio al pranzo dopo aver recitato una preghiera e aver battuto dei colpi con la posata sul bordo del piatto a mò di segnale.
La preghiera veniva ripetuta ad ogni portata. Il pane non veniva consumato tutto: una parte era conservata per tutto l'anno ed usata contro il maltempo gettandone un pezzetto per aria tra una preghiera e l'altra. Il pane conservato a lungo non ammuffiva. Chiunque avesse partecipato alla tavola dava parte del pane che portava con sè agli amici e parenti, come se si trattasse di una reliquia.

La festa di S. Giuseppe a Nociglia si colorava di note differenti.
Il diciannove marzo la tavola ospitava dai 3 ai 7 commensali che simboleggiavano la sacra famiglia ed alcuni apostoli.
Venivano invocati S. Giuseppe, Maria, S. Gioacchino, Gesù e Sant'Anna.
Una filastrocca caratteristica ci riporta psicologicamente nei tempi in cui la fede era sentita profondamente e si riviveva l'atmosfera e l'evento come se accadesse realmente in quei momenti.

S. Giuseppe vecchiaréllu,
era sposu de Maria,
a mbrazzu tinia' nu ninni bellu,
lu cantava e lu durmia.
Ieu li dissi:
"Vecchiaréllu, vieni e cùrcalu a casa mia.
L 'aggiu cunzàtu 'nu lettu bellu,
lu tesùru de l'anima mia".

San Giuseppe vecchiarello,
era sposo di Maria,
in braccio teneva un bimbo bello,
gli cantava e lo addormentava.
Io gli dissi:
"Vecchiarello, vieni e coricalo a casa mia.
Gli ho aggiustato un letto bello,
il tesoro dell'anima mia".

La tavola di S. Giuseppe era una tradizione che si rinnovava presso tutte le famiglie povere e benestanti con devozione; oggi viene perpetuata da pochi. I piatti tradizionali erano: lamponi con aceto e olio; cavolfiore bianco lesso o fritto; fave bianche con grano duro stumpàtu (pestato) e carico di pepe; pesce fritto; massa (pasta fatta in casa) o tagliarina condita con molto pane grattuggiato fritto e con miele; zucchero e cannella; bucatini con lo stesso condimento di pane grattuggiato e miele; stoccafisso al sugo; pane a forma di tarallo molto grande benedetto in chiesa in onore del Santo, finocchi.
Erano ammesse alla tavola di S. Giuseppe solo quelle persone che in quel momento rivestivano il ruolo del Santo.
A fine pranzo ogni Santo portava con sè a casa un piattino di maccheroni col miele, frittura ed il grosso pane a forma di tarallo.

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IL CARNEVALE 
La parola carnevale deriva da carnem levare ed è la festa in cui ognuno si dà al tripudio ed alla gozzoviglia.
Il clima festoso inizia il giovedì grasso e raggiunge il massimo del chiasso negli ultimi tre giorni. Il giovedì grasso è giorno di sbornie e baccanali.
Nessuno lo tradisce; nemmeno la più povera famiglia può fare a meno di mangiare carne. Un tempo chi non aveva soldi per comprarla, era capace di impegnarsi qualsiasi cosa... sia pure la gonnella:

La sciuedìa crasséddha(Il giovedì grasso)
ci nun hae carne(chi non ha carne)
se mpigna la unnéddha(s'impegna la gonnella)

Vi è cosa più necessaria della gonnella? Ma purché si mangi carne...!
Anche nel carnevale possiamo riconoscere caratteristici riti di eliminazione. È quasi scomparso l'uso di bruciare il carnevale, raffigurato da un grosso fantoccio di paglia vestito bizzarramente. Dopo averlo fatto girare per tutto il paese e aver letto il suo testamento, col quale si denunziano tutte le malefatte compiute durante l'anno da varie persone, viene arso o distrutto tra la gioia e il chiasso dei presenti.
La sera è dedicata alle danze, alle sbornie, alle scorpacciate: si mangia a crepapelle e si beve fino alla nausea, perchè si pensa alla Quaresima che subentra, tempo di penitenza e di digiuno come esplicitato nel seguente detto:

Carnidie chinu de mbròje,
ieri maccarrùni, osce foje.
(Carnevale pieno d'imbrogli,
ieri maccheroni, oggi verdure.)

In fatto di balli, un tempo, era di prammatica "la quadriglia" comandata in un francese barbaro e in un dialetto ingentilito che nessuno comprendeva sicchè la quadriglia si ballava per imitazione, dando luogo a grosse risate e a scene comiche.
La quadriglia è entrata in uso in Italia agli inizi dell"800 ed è di importazione francese, infatti il caposala impartisce gli ordini in francese.
Secondo l'etnografo Paolo loschi la quadriglia si è sviluppata in controdanza: questa è più antica avendosene ricordo fino dal secolo XVI. Controdanza viene dall'inglese country-dance (danza campestre).

L'aspetto più caratteristico del carnevale sono le maschere.
La parola maschera, secondo l'etimologia più comune, viene dal longobardo "masca", che significa anima di morto. Infatti il carnevale durante il paganesimo era ritenuto la prima festa di Capodanno più importante, quando si credeva che gli inferi o i demoni comparissero sulla terra. E proprio in ciò la spiegazione che la maggior parte delle maschere sono di colore nero, perché rappresentano diavoli.
Arlecchino prima di essere quello scolaro povero che ebbe dai suoi compagni di scuola pezzetti di stoffa per il suo vivace vestito, in origine fu un personaggio diabolico. Il suo nome deriva da Hellequin, termine che a sua volta viene da Holle, che vuoi dire inferno, e nel XXI canto dell'Inferno Dante ci presenta Alichino nel suo duplice aspetto di demonio e di buffone.
Non è difficile ancor oggi vedere chi veste l'abito del diavolo tutto rosso, con le corna in testa, coda lunga, chi indossa un camice bianco e si tinge la faccia di color nero, oppure la copre di densi veli neri e con in mano la frusta che fa schioccare mentre butta pugni di cenere.
La fantasia popolare, inoltre, che è così ricca di trovate spiritose, ne inventa di tutti i colori per far ridere la gente. Ogni paese, ogni città ha usanze particolari nei giorni di carnevale. Quando tutto manca, si vedono sempre ragazzi mascherati, seguiti da Codazzi di altri ragazzi che gridano e schiamazzano, che battono freneticamente casse di legno o di cartone, che suonano campani, che scimmiottano qualche tipo caratteristico, che tormentano i passanti col togliere loro cappelli, fazzoletti, col far cascare il sigaro o la pipa dalla bocca di qualche vecchietto.
Molte le usanze di carnevale, però, sono tramontate o vanno tramontando.
Alle mandorle ricce, ai confetti si sono sostituiti i coriandoli, le stelle filanti, la cipria. Oggi tutto si risolve in allegre e ricche cene.
D'altra parte il carnevale non è la più esatta espressione della vita?
Le maschere carnevalesche non simboleggiano forse le tante maschere morali nell'eterno carnevale della vita? 
 
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