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Salento Antico: Oriente e Occidente
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ORIENTE E OCCIDENTE

TRADIZIONI D'ORIENTE, INVENZIONI D'OCCIDENTE
Il Salento, rispetto al resto della Puglia, non aveva mai visto nel corso dell'alto Medioevo l'alternarsi di Longobardi e Arabi, ma era rimasto stabilmente legato a Bisanzio. Perdute o non ancora ritrovate le testimonianze artistiche relative ai secoli VIII e IX, è solo a partire dal X secolo che compaiono nel paesaggio agricolo insediamenti rupestri e soprattutto piccoli santuari e luoghi di culto, scavati nel tufo e a servizio di comunità e villaggi rurali, che ripropongono i modelli degli edifici bizantini sul divo.

NEL SEGNO DELLA CULTURA GRECA

A Carpignano Salentino, nella cripta della chiesa delle Ss. Cristina e Marina, compare nell'abside centrale la più antica immagine di Cristo benedicente, con l'Annunciazione ai lati: a firmarla, datandola 959, è il pittore Teofilatto, su commissione del prete Leone e di sua moglie Crisolea. La stessa iscrizione, nonché lo stile popolaresco della composizione, rivelano la discontinuità stilistica e qualitativa degli affreschi delle cripte, quasi sempre legate a committenze private. A dipingere sono maestranze locali o provenienti dall'Oriente, che parlano e scrivono greco in un contesto dominato dalla cultura greca. In questa prima fase, che coincide con il dominio politico di Bisanzio tra X e XI secolo, le espressioni artistiche del Salento sono coerenti con quelle delle altre regioni dell'impero d'Oriente, soprattutto con la Cappodocia, la Serbia e Corfù, i cui monumenti e documenti artistici presentano strette analogie stilistiche con quelli salentini.

Nella maggior parte dei casi, nelle cripte non compaiono ampli cicli iconologici ma più spesso sequenze di immagini dei santi, rigorosamente collocati in posizione frontale entro pannelli devozionali. Elegantissima, come una principessa bizantina, è la Santa Barbara di S. Maria della Croce a Casaranello, come anche il Cristo benedicente, il San Filippo e il Sant'Andrea nella cripta dei Ss. Stefani a Vaste. Ma non mancano scene di un ciclo cristologico, tutte vivacemente narrate come la Lavanda dei piedi e l'Ultima Cena in S. Pietro a Otranto. Con l'avvento dei Normanni si assiste a un proliferare di chiese sul divo e alla rifondazione di monasteri basiliani che possono contare sull'appoggio e il sostegno dei nuovi signori, interessati a non soffocare la cultura locale impregnata di grecità.
L' abbazia di S. Maria di Cerrate è la testimonianza più eloquente: nei sottarchi della navata centrale le prime due immagini affrescate rappresentano S. Basilio e S. Benedetto, il santo d'Oriente e il santo dell'Occidente, che accolgono i fedeli all'ingresso della chiesa. Nell'abside una lieve, elegante e raffinata rappresentazione dell'Ascensione è quanto resta di un probabile ampio ciclo pittorico riconducibile alla fine del XII secolo. La scena del catino è completata dalle immagini dei santi padri della chiesa ritratti sul tamburo in posizione frontale e con un libro in mano, e il tutto è delimitato da una cornice decorata con girali campiti su fondo azzurro e intrecciati con lettere arabe, come si vede anche nella chiesa di S. Pietro a Otranto.
 
Tutto ciò testimonia la vivacità del flusso di idee che coinvolge il Mediterraneo influenzando la produzione artistica al tempo dei Normanni prima e degli Svevi dopo. Segnali simili si ritrovano nella chiesa dei Ss. Niccolò e Cataldo a Lecce, voluta nel 1180 da Tancredi, conte di Lecce, dopo il suo ritorno dalla Terra Santa. Felice connubio tra l'impianto francese di tipo borgognone (interno voltato a botte acuta), e l'evocazione islamica della cupola, la chiesa leccese recupera anche il repertorio decorativo bizantineggiante nei capitelli dell'interno e il gusto islamico della decorazione nel portale, dove l'intaglio ligneo musulmano sembra applicato con fedeltà sulla pietra leccese. I Benedettini furono particolarmente abili, insieme ai loro protettori normanni, a coniugare il gusto e le tradizioni artistiche locali con nuovi e accattivanti scenari, innescando un processo, lento ma inesorabile, di occidentalizzazione. E saranno soprattutto la scultura e l'architettura ad adottare per prime il linguaggio "latino": il portale dei Ss. Niccolò e Cataldo diviene un modello che s'imporrà per almeno due secoli, come dimostrano le successive architetture di S. Maria della Strada a Taurisano, S. Maria d'Aurio e S. Caterina a Galatina nel 1391. La pittura, invece, conoscerà una svolta in chiave antibizantina a S. Maria della Croce a Casaranello, dove le vite di S. Caterina d'Alessandria e S. Margherita d'Antiochia, affrescate nella volta della navata centrale da un pittore meridionale conoscitore degli esiti della pittura catalana-roussillionese dell'età sveva, raccontano, per la prima volta in maniera discorsiva, le storie dei santi, così come esse erano interpretate dal popolo.

IL GUSTO DI FRANCIA

Ma saranno gli Angioini, con il loro esclusivo gusto francesizzante da un lato, e il legame esclusivo col mondo francescano dall'altro, a imporre, a partire dai primi decenni del XIV secolo, il linguaggio "latino" in pittura come in architettura. Dalla corte napoletana si irradia in periferia, presso i nobili feudatari locali, il gusto della magniloquenza e del potere: nel Salento l'operazione di rinnovamento viene avviata dal ramo cadetto della casata regnante, in particolare da Filippo, principe di Taranto. Tra le prime testimonianze di questo nuovo approccio, figurano la Cattedrale di Nardò e la chiesa di S. Maria della Lizza ad Alezio. Citata in un documento del 1330 come S. Maria de Cruciata, la costruzione esibisce in facciata un monumentale avancorpo fortificato aperto su tre lati e voltato a crociera con i costoloni poggianti su capitelli figurati: un modello francese che rivela analogie sostanziali con S.t'Amond de Coly in Dordogna. Con la distruzione di Gallipoli, voluta da Carlo I d'Angiò, la chiesa di Alezio divenne cattedrale per alcuni decenni nel corso del Trecento, sino alla ricostruzione della nuova sede gallipolina.
I feudatari angioini - quasi tutti di origine francese, come i Brienne, gli Enghien, i del Balzo, i Chiaromonte, i Maremonti -daranno origine a nuove imprese architettoniche e pittoriche spesso in accordo con gli ordini religiosi francescani e domenicani: ne rimane traccia nella chiesa di S. Caterina d'Alessandria a Galatina, nella Torre di Belloluogo a Lecce e nella cappella Maremonti a Campi Salentina, una recente scoperta. Nella Torre di Belloluogo, in un piccolo oratorio, le Storie della Maddalena, opera di maestranze post-giottesche napoletane della fine del XIV secolo, sembrano un omaggio alla dinastia angioina, particolarmente devota della santa che aveva evangelizzato la Provenza, tanto è vero che Carlo II aveva promosso un pellegrinaggio da Napoli alla Provenza sui luoghi che erano anche quelli di provenienza dei Brienne. Lo spazio è rigorosamente diviso tra le Storie dei Vangeli e quelle, di tradizione popolare, della Legenda aurea di Jacopo da Varagine. Inserite entro cornici a racemi e a cosmatesche, le scene hanno la raffinata coloritura tipica delle miniature, specie negli episodi delle Pie donne al sepolcro, Noli me tangere, e soprattutto della Partenza dalla Palestina. Legate alla committenza della famiglia del Balzo Orsini sono invece le imprese di Soleto e Galatina.
 
Nella chiesetta di S. Stefano a Soleto maestranze occidentali, che affrescano un Giudizio universale e il ciclo cristologico, lavorano a stretto contatto con pittori bizantini cui invece è demandata la decorazione dell'abside, luogo principale di un culto che evidentemente teneva ancora conto della lingua e della liturgia greche. A Galatina, invece, è forte la presenza dei committenti nella scelta del programma iconologico per la chiesa di S. Caterina d'Alessandria. Ultimata da Raimondello Orsini al ritorno dal suo viaggio in Oriente, completata nella struttura nel 1391 e assegnata ai francescani, che la fecero decorare parzialmente negli anni successivi, fu certamente completata dopo il 1416 con l'arrivo di maestranze napoletane che conoscevano bene i cicli decorativi di Donnaregina e dell'Incoronata. Una straordinaria rappresentazione dell'Apocalisse è dipinta nella controfacciata, mentre nelle vele della seconda campata in rigorose scatole prospettiche sono raffigurati i Sacramenti. Alle pareti cicli cristologici e biblici, cui si mescolano figure di santi francescani e stemmi genealogici degli Orsini, precedono le Storie di Santa Caterina nell'abside, dove si ergono i monumenti funebri di Raimondello e G. Antonio Orsini del Balzo, raffigurati in abiti francescani, proprio come usavano i re napoletani.
L'impresa di Galatina rappresenta il momento culminante e il massimo sforzo di occidentalizzazione del gusto artistico, riconoscibile anche nel pannello superstite con la Storia di Santa Caterina da Siena nel convento dei Domenicani a Lecce, nella ritrovata cappella Maremonti a Campi Salentina e infme nella nuova decorazione di S. Maria di Cerrate dove, in nostalgico ossequio al gotico fiorito, il mondo cavalleresco delle corti italiane è rappresentato nelle raffigurazioni di San Giorgio che libera la principessa dal drago, di Sant'Eustachio e la cerva e nell'Annunciazione allestita all'interno di un palazzo rinascimentale.


Tratto da Lecce e il Salento-Touring Club Italiano

 
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