«Torna alla home | I Comuni del Salento | Mappa Salento | Pubblicità | Contatto | Link | I nostri banner |  
| Salento Storico | Eventi Salento | Ricette Salento | Itinerari Salento | Alloggi Salento | Prodotti Tipici | Salento Ristoranti | Artigianato |
Salento Antico: Il Barocco Leccese
Il Paleolitico Origini e Storia L' Età dei Messapi Il Medioevo
Oriente e Occidente Torri Castelli Masserie Il Barocco Leccese

IL BAROCCO LECCESE

UNA CITTA' E LE SUE CULTURE

Barocco leccese prende forma nel capoluogo del Salento e in Terra d'Otranto tra la seconda metà del Cinquecento e la fine del Settecento. Il quadro storico nel quale si inserisce questo fenomeno artistico è quello della Controriforma e della fondazione degli Ordini religiosi riformati, un contesto che ingloba processi economici e culturali particolari, assieme a personalità politiche e artistiche diverse e dirompenti. Se questa è la cornice, il fenomeno non può, al tempo stesso, essere letto a prescindere dagli antefatti che ne chiariscono l'eccezionalità nel panorama artistico italiano. Un vero e proprio coro di idee e di forze ha disegnato la fisionomia urbana e culturale della città e della provincia con opere più o meno originali. Talvolta infatti esse perdono la loro individualità per ricomporsi in formule di maniera, ma tuttavia costituiscono un tessuto inconfondibile e di straordinario valore architettonico e artistico. Quello di Lecce è un insieme di palazzi, ville e residenze nobiliari, chiese, conventi, scuole religiose, edifici assistenziali che testimoniano il rango politico attribuito alla città al di là dell'infelice quadro economico che gli storici tracciano sulle vicende della Terra d'Otranto tra il Sei e Settecento. Secondo alcuni storici, Lecce all'inizio del Seicento contava circa settemila case:una produzione edilizia che iniziò nel Quattrocento e si consolidò nel Cinquecento, quando la città divenne un importante centro economico del Regno di Napoli, fulcro del commercio esercitato nel Mediterraneo dalle colonie, insediate nel Salento, dei mercanti veneti e dalmati, greci e lombardi, con l'appoggio dei finanzieri e dei banchieri toscani e genovesi.

DAL QUATTROCENTO AL SEICENTO 
 
Se le prime residenze nobiliari del capoluogo salentino di epoca quattro-cinquecentesca - i palazzi Castromediano, Dell'Antoglietta-Maremonte, Giustiniani, Giaconia e le ville degli Ammirato e Della Monica - presentano una spiccata impronta catalana, derivata dalla vicina Napoli capitale del Regno governato dagli Spagnoli, quelli cinquecenteschi ripropongono in facciata (i due palazzi Sangiovanni ad Alessano) oppure nell'androne (palazzo Adorno) il bugnato che Biagio Rossetti aveva impiegato nel palazzo dei Diamanti di Ferrara e che è assurto a simbolo dell'architettura del palazzo rinascimentale. Ma è il palazzo seicentesco quello che finalmente trova una propria autonomia stilistica, con la combinazione peculiare,fantasiosa e suggestiva, di alcuni elementi di facciata: portali, finestre, balconi, logge, doccioni, peducci, mensole, festoni colonne angolari a cui si aggiungono e cornicioni in cui si concentrano uomini, fiori e animali in libera combinazione. Questi stessi particolari guadagnano, con la loro forza espressiva, anche il terreno dello spazio religioso e diventano materia decorativa di altari, tabernacoli e calvari. In un clima di intensa ricerca, che vede la contrapposizione tra correnti artistiche classiciste e anticlassiciste, si inserisce l'evento figurativo della fabbrica di Santa Croce (1549-1646). Il primo grande artefice fu Gabriele Riccardi, la cui presenza a Lecce si era imposta già nella chiesa di S. Marco in piazza Sant'Oronzo, nella chiesa di S. Maria degli Angeli (dove l'architetto lavorò al portale), nella chiesa di S. Sebastiano e in alcuni palazzi. Le prime opere mostravano l'elaborazione di un linguaggio altemativo "locale", diverso dallo stile architettonico accademico e formale importato da Gesuiti e Teatini: si vedano il progetto della chiesa del Gesù, firmato dall'architetto gesuita romano Giovanni de Rosis, e quello della chiesa di S. Irene dell'architetto teatino Francesco Grimaldi di Oppido. Voluta dai Celestini, come simbolo della fede trionfante, la chiesa e il successivo convento di Santa Croce si trasformano nel palcoscenico della cultura e dell'arte di una città in cui architetti e artisti del Cinquecento e del Seicento esibiscono un repertorio decorativo grottesco che diviene un lungo racconto cordiale e divertito, l'emblema della lunga stagione artistica salentina.

SANTA CROCE E IL CONVENTO DEI CELESTINI

Concepita come un grande altare, la facciata di Santa Croce concentra in un unico linguaggio le espressioni artistiche elaborate da diverse generazioni nell'arco di un secolo: Gabriele Riccardi nell'ordine inferiore e Cesare Penna nell'ordine superiore, con integrazioni successive dei due Zimbalo, Francesco Antonio (autore dei portali) e Giuseppe. Gabriele Riccardi, nel 1582, dispiega un forte senso prospettico nell'ordine inferiore della chiesa, esaltato dalla forte cesura rappresentata dal lungo balcone, sorretto da mensole-cariatidi, poste a simboleggiare il paganesimo soggiogato dalla forza del credo cristiano. Questa stesso ordine è arricchito da cartigli dell'Antico Testamento, con versi dal libro dei Maccabei, mescolati agli stemmi di Filippo II, Gualtieri VI di Brienne e di Maria d'Enghien, reggitori del Salentino, e integrati dalla simbologia propria dell'ordine dei Celestini e dall'onnipresente croce di Gerusalemme, trionfante sui portali di Francesco Antonio Zimbalo. Nel secondo ordine della facciata di Santa Croce intervengono nel Seicento Cesare Penna e Giuseppe Zimbalo, architetto egemone della terra salentina, in particolare dopo la costruzione del Duomo, del campanile e della piazza religiosa, trasformata, in suggestivo ambiente scenografico, secondo le intenzioni del vescovo napoletano Pappacoda. Analogamente a quella della chiesa, la facciata del convento annesso vede l'intervento di due artisti: Giuseppe Zimbalo nell'ordine inferiore, che passa la mano al collega Giuseppe Cino, altra personalità di spicco del Seicento leccese e autore del Seminario, voluto sempre dal vescovo Pappacoda nella teatrale piazza del Duomo. La chiesa di Santa Croce e il convento dei Celestini rappresentano il momento più singolare della vicenda artistica salentina, la parabola che dimostra il riscatto del barocco leccese dalla sudditanza alla cultura spagnola e l'affermazione dell'autonomia stilistica, raggiunta attraverso la rielaborazione delle culture veneta, napoletana e siciliana e l'innesto di queste nella tradizione architettonica locale, derivata dai modelli bizantino-medievali.

Nel Settecento, quando i rapporti tra Lecce e il Salento si fanno più disinvolti e diretti e nel momento in cui l'architetto svolge il ruolo di intellettuale, che interpreta e media l'ideologia della classe dominante con il più persuasivo linguaggio per il popolo, emergono nuove figure. Tra queste Mauro Manieri nella prima metà del Settecento (chiesa delle Alcantarine e restauro della facciata dei Ss. Niccolò e Cataldo) e Emanuele Manieri nella seconda metà del secolo (monastero delle Angiolille, propilei in piazza Duomo, palazzi Tresca e Guarini), mentre Giuseppe Cino continua rinnovando la tradizione di Giuseppe Zimbalo nel Seminario, nelle chiese di S. Chiara e del Carmine. Un episodio isolato di chiara cultura

Tratto da Lecce e il Salento-Touring Club Italiano

 
Salento Story
 
 
Alloggi Salento
 
 
Artigianato Salento
 
 
Prodotti tipici Salento
 
 
 
 
 
 
  Mediaday srl