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Itinerari: Salento Antico
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I FRANTOI IPOGEI

Moltissimi sono nel Salento i frantoi ipogei, come ad esempio quelli della cittadina di Vernole, di Sternatia, Martignario, Minervino e Gallipoli.
Vernole, dove ancora oggi si produce una grande quantità d'olio, contava nel passato numerosi frantoi ipogei, scavati cioè sotto terra, il più antico dei quali, riportato alla 'luce lo scorso anno, è del 1500.
Sull'aia sovrastante il trappeto, il frantoio, il contadino giungeva con il suo carrello carico di olive, che andava a scaricare nel proprio camino, un foro al livello del terreno corrispondente con una sciava, stiva, contrassegnata dal nome del proprietario delle olive, che si trovava all'interno del frantoio.
Quaggiù, quando la misura della stiva era colma ed era giunto il loro turno di lavorazione, il nachiro, il nocchiere, che era a capo degli operai, dava l' ordine di molire le olive.
Gli uomini addetti al funzionamento del trappeto erano divisi in due squadre che assicuravano una lavorazione continua per sei mesi, e i due mondi, quello di superficie e quello del sottosuolo,erano nettamente separati.
I lavoratori erano come dei marinai che si imbarcassero per un lungo viaggio, e forse di qui viene la scelta di nomi come stiva, nocchiere e altri, presi dal gergo marinaresco; scesi nel frantoio a Ottobre, non ne uscivano che ad Aprile, con la sola eccezione della festivà dell' lmmacolata Concezione, l' 8 di Dicembre.
Questo per motivi di sicurezza dato il valore altissimo dell' olio, un litro equivaleva infatti a un mese di lavoro di un operaio, che in gran parte veniva esportato in tutta Europa e che era utilizzato in massima parte come combustibile per l'illuminazione e per fabbricare sapone, e solo in minima parte veniva destinato all' uso alimentare.
Si aveva così un presidio costante del frantoio contro possibili incursioni di briganti e si evitava anche il sospetto che la sera, tornando a casa, gli operai potessero contrabbandare una sia pur piccola quantità d' olio.
Per affrontare i lunghi mesi di segregazione poi, erano ricavati all' interno del frantoio i locali dove i lavoranti dormivano, il forno, le stalle per i somari che facevano girare la gigantesca macina di pietra, le latrine e il pozzo per l'acqua.
Una volta non più in attività questi frantoi sotterranei rimasero abbandonati, in gran parte dimenticati, in alcuni casi interrati, forse anche per allontanare il pensiero dei folletti, i scazzamurrieddhu, che si diceva avessero preso ad abitarli. Capitava infatti, quando il clima era freddo, che l'aria calda del frantoio, salendo in superficie dai boccaporti dei camini, si condensasse in sòttili volute di vaporè acqueo; questo bastava alla fantasia popolare per abbinare il fenomeno fisico alla presenza di spiriti che tentassero di ascendere al cielo.


DOLMEN, MENHIR E SPECCHIE

I monumenti megalitici pugliesi presentano la loro maggiore concentrazione nella parte meridionale della penlsola salentina, prevalentemente a sud est di Lecce.
I megaliti presenti nell'area descritta sono prevalentemente dolmen e menhir.
I dolmen dal bretone dol, tavola, e men, pietra, dovevano essere secondo le ipotesi più avvalorate, monumenti funebri o luoghi destinati a riti sacrificali.
I dolmen sono costituiti da tre o quattro lastre infisse verticalmente nel terreno, che sorreggono una lastra orizzontale che funge da copertura. E' interessante notare che l'apertura dei dolmen è sempre orientata verso est.
I menhir, termine anch'esso di derivazione bretone, da men, pietra e hir, lunga, detti anche pietrefitte, sono lunghi parallelepipedi ricavati da un unico blocco di pietra, monolite, e sono stati indicati via via come simboli fallici legati al culto della fertilità, monumenti religiosi dedicati al sole o semplicemente dei cippi di confine.
Un cenno infine meritano le specchie, cumoli di grandi dimensioni di pietre accatastate le une sulle altre, che sono ritenute tombe di importanti personaggi o termini di territorio.
Nei tempi più recenti sono divenute invece semplicemente degli ammassi di pietre che i contadini hanno estratto dal terreno bonificato e accatastato in maniera uniforme, senza più memoria del loro originario significato.


LE TORRI COSTIERE

Panorama comune ai litorali adriatico e jonico, è quello delle torri diguardia.
Insediate sui promontori o in alto sul ripiano roccioso, si ergono ancora, a volte intatte, a volte in ruderi, le numerose torri di avvistamento dove, nei tempi oscuri delle incursioni saracene, si stava all'erta per scorgere il perico che veniva dal mare. Se le prime opere di difesa nel Salento si debbono ai normanni che giunsero in Puglia nel corso dell'XI secolo, fu con Federico II che si ampliò notevolmente la rete difensiva della penisola, con la costruzione di numerosi castelli, così come di presidi sulla costa. Ma fu sotto il regno di Carlo d'Angiò che, nel XIII secolo, si dette inizio all'edificazione delle prime torri costiere.
Nel corso del 1500 poi, sotto l'impulso di Ferrante d'Aragona e di suo figlio Alfonso prima e durante il regno di Carlo V successivamente, si verificò un ulteriore incremento dei baluardi costieri.
Nel corso di questo generale riarmo difensivo, la struttura delle torri subì una modifica sostanziale, perché l' invenzione della polvere da sparo aveva reso obsolete le primitive strutture concepite per una difesa da armi tradizionali.
Si alzarono quindi le mura delle torri e se ne costruirono di nuove, sia a pianta quadrata che circolare.
Edificate in maniera tale che fossero a vista le une con le altre, fe torri erano in grado di comunicare tra di esse e con l'entroterra, sia per mezzo di segnali di fumo, di giorno, che per mezzo di fuochi, di notte. Le difese proprie delle torri prevedevano quindi che il primo piano della costruzione fosse reso inaccessibile; ad esso sipoteva quindi accedere solo con delle scale a pioli dall' esterno o per mezzo di una scala interna costruita nei muri o infine grazie a un ponte levatoio. La guarnigione di una torre era in genere costituita da un torriere e da quattro cavalieri che dovevano all'occorrenza segnalare le incursioni alle popolazioni dell' interno.
Ai costi necessari alla costruzione delle torri al loro mantenimento così come a quello delle guarnigioni, provvedevano i vari nuclei familiari, fuochi, delle popolazioni protette.
E' immaginabile lo stato d' ansia che doveva provare chi viveva in prossimità del mare, anche alla luce del ricordo dell' eccidio di Otranto avvenuto ad opera della flotta di Maometto II, nel 1480.
Nonostante l' esistenza delle torri costiere le razzie e le incursioni erano all' ordine del giorno e così le popolazioni rivierasche dovettero convivere loro malgrado con questo fenomeno endemico che sopravvisse alla sconfitta della flotta turca, avvenuta nella battaglia di Lepanto del 1571, tanto che si ha notizia di incursioni islamiche nei pressi di Acaya, ancora nei primi anni del 1700.

 
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