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Grecia Salentina: La Lingua Grika
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LA LINGUA GRIKA

Si è scritto e discusso molto sull’origine linguistica dei Greco salentini e sulle cause che tutt’oggi portano il griko verso un’estinzione più o meno prossima.
Per cercare di chiarire questo enigma reso per altro più intricato dalla penuria di fonti documentate, di reperti archeologici e numismatici, sono intervenuti in tempi diversi numerosi studiosi, che con le loro ricerche hanno dato un prezioso contributo.
Tra questi citiamo il tedesco K. Witte, che pubblicò nel 1821 sulla rivista “Geselischalter” un articolo dal titolo “Griechische volkslieder in Suden von Italien”, riguardo le minoranze ellenofone dell’Italia meridionale.
Seguirono nel 1856 A. F. Pott, nel 1859 Domenico Comparetti, e ancora nel 1870 Giuseppe Morosi, il quale già a quel tempo giunse a sostenere l’ormai inevitabile tramonto del griko.
Tra gli studiosi contemporanei è importante citare l’opera del celebre glottologo tedesco Gerhard Rohlfs (1892-1986) che, insieme al Niebhur e al Kind, fu fervido sostenitore dell’origine magno greca dell’isola grikofona salentina.
Per ridare orgoglio ad una lingua un tempo appartenuta ad Omero, a Saffo e ai grandi dei dell’Olimpo, ma che oggi è ormai desueta, si sono prodigati uomini di cultura quali: il calimerese Vito Domenico Palumbo (1856-19 18), la sig.ra Angela Meriano, Vito e Pasquale Lefons, Oronzo Parlangeli, Giannino Aprile, Paolo Stomeo, Karanastassis, Salvatore Sicuro, Rocco Aprile, Don Mauro Cassoni, Angelo Cotardo, Domenicano Tondi, Angela Campi Colella, Ernesto Aprile e tanti altri che ancora oggi sono impegnati in questa nobile opera di salvaguardia.
Il deterioramento della lingua grecanica può essere sicuramente attribuito inizialmente a due cause principali: la caduta dell’Impero bizantino da un lato e la soppressione del rito religioso greco sostituito dal rito latino dall’altro. A questo va aggiunta l’occupazione del Meridione da parte di Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi e ancora Francesi e Spagnoli, a cui seguì un inevitabile divario linguistico tra la popolazione di lingua greca e quella di lingua romanza.
Le fiorenti città ellenofone si videro isolate linguisticamente e a volte guardate con sospetto e ostilità in quanto comprendenti popolazioni alloglotte. La familiare figura del sacerdote greco (papàs), spesso coniugato e con figli, fu sostituita da quella del sacerdote latino che, avendo a volte la residenza altrove (come è dimostrato dalle diverse visite apostoliche compiute dagli arcivescovi di Otranto), rappresentava una figura estranea e avulsa dal contesto greco-salentino.
Dopo l’unità d’Italia (1860-61), la rigida burocrazia sabauda creò una frattura ancora più profonda all’interno del patrimonio linguistico meridionale.
Non solo i figli dei signorotti locali e dei notabili, ma anche i giovani greco-salentini ‘arruolati nell’ esercito dei Savoia appresero rapidamente la lingua, gli usi e i costumi propri dei piemontesi, fatto questo che causò un conflitto generazionale all’interno della famiglia grecanica, mettendo in discussione non la potestà dei genitori, ma la lingua usata dagli stessi.
Il griko, un tempo usato indistintamente da tutti, stava ora diventando una “vergogna”, stava diventando la lingua del “popolino ignorante, dei cafoni”.
Bastava che i Salentini uscissero dalla loro “Grecia” per sentirsi guardati con ostilità, ilarità e chiamati addirittura: “quelli con due lingue”. Non mancavano nel contempo i motti popolari del tipo:”se ti trovi in un vicolo cieco, salva il lupo e uccidi il greco”.
Durante la prima guerra mondiale, i giovani greco-salentini e i giovani di lingua romanza furono strappati dalla loro terra e trasformati indistintamente in “carne da cannone”. Col fascismo, xenofobo e intollerante verso ogni tipo di minoranza sia linguistica, razziale o religiosa, si cadde nel grottesco: la lingua italiana diventò nelle scuole del Regno la padrona assoluta.
Si cercò addirittura stupidamente (ma invano, per fortuna!) di cambiare il nome di Castrignano dei Greci in Castrignano Salentino o di Lecce.
Gli orrori della prima guerra mondiale rivissero tutti durante la seconda, con l’aggravante dell’aggressione fascista alla Grecia.
Durante quegli anni molti Greco-salentini furono inviati nella penisola ellenica in qualità di interpreti, riuscendo però ad instaurare con la popolazione del luogo non un rapporto di ostilità, da invasori quali erano, ma d’amicizia, opponendosi valorosamente alla ferocia nazista insieme a molti altri Italiani.
Ne è testimonianza il massacro operato a Cefalonia contro l’intera divisione “Acqui”. Nel dopoguerra, la ricerca del benessere spinse molti Italiani (tra cui anche i Greco-salentini) a emigrare negli USA, in America Latina, in Germania, in Francia, in Belgio o in Svizzera, e a rinunciare di conseguenza al proprio idioma. Inoltre l’aumento dei matrimoni misti e soprattutto l’avvento in maniera massiccia dei mass-media hanno influito negativamente sulla sopravvivenza della lingua grika. Da alcuni anni la lingua grecanica è stata fortunatamente riscoperta (nonostante abbia subito pesanti contaminazioni dalla lingua romanza, assimilando diversi vocaboli dialettali).
In molti paesi della Grecia Salentina, vi è un fiorire d’iniziative che mirano alla salvaguardia del patrimonio culturale e linguistico dei nostri progenitori. Questa viene operata grazie all’impegno dei singoli cittadini, dei distretti scolastici, delle Amministrazioni comunali, dei Circoli culturali e inoltre grazie anche all’interessamento del Governo ellenico che invia docenti di madre lingua nelle scuole della Grecia, per tenere corsi comparati di griko e neogreco. A noi comunque resta la volontà di salvare un patrimonio linguistico di cui i soli, valenti, gelosi custodi sembravano restati gli anziani, ancora fieri di dire: “Imesta Griki” (Siamo greci).

 
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